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Mercoledì Santo

Testi per meditare il mercoledì santo

in preparazione della confessione (quando sarà possibile...)

 

         La vera liberazione consiste nell’imparare da parte degli ebrei che l'egiziano è anche in loro. Essi rimpiangono le cipolle, le certezze, le abitudini e la vita che conducevano in Egitto. Diventare liberi non è un qualcosa che si fa dall'oggi al domani. Ad ogni generazione spetta il compito di rimettere mano all'opera. Ma ciò che ha promesso Dio a Mosè è che servire Dio sul monte significa imparare a diventare liberi. E diventare liberi significa imparare a servire Dio. La liturgia è il ringraziamento rivolto a Dio dal popolo diventato libero.

 

         Quando amiamo qualcuno, facciamo tutto il possibile per fargli piacere, con lo scopo di ringraziarlo della sua presenza. Ecco il senso profondo dell'etica: agire in modo tale che tutta la nostra vita ringrazi Dio dei suoi doni.

 

         Il decalogo (cioè i dieci comandamenti; ndc) è un modo di aiutare gli ebrei a ringraziare Dio per i suoi doni. Non è una condizione per il dono di Dio, ma un nuovo modo di sviluppare quel dono. La legge non è dunque un fine in sé. Il fine della legge è l'amore, che ne è lo spirito. Perché la legge uccide, mentre lo Spirito vivifica.

 

         Se, alla messa, ascoltiamo il racconto dell'Esodo che celebra la liberazione dalla schiavitù e trascuriamo le schiavitù contemporanee a cui siamo sottomessi e di cui siamo complici, c'è qualcosa che non va.

 

         Il perdono ci precede, precede la confessione stessa dei peccati. La precede e la rende possibile. Non potremmo riconoscere i nostri peccati senza la fede in un perdono che sta davanti a noi, sempre più grande, sempre più avanti rispetto a noi. Una fede forse nascosta, perfino nascosta a noi stessi.

 

         La gloria trasfigura il volto di quanti si credevano perduti e scoprono che vi è posto per loro nel cuore di qualcuno, che vi è presso Dio un posto per ciascuno, sebbene noi non abbiamo sempre fatto posto per Dio in noi.

 

         E' davvero Dio che vuoi cercare? (...) La distinzione tra il "bene" ed il "male" non è più cosi chiara. Le domande con cui siamo venuti in chiesa erano le nostre vere domande? Perché, per chi siamo qui veramente?

 

         "Non abbandonarci alla tentazione". Perché nessuno può dire se vi potrà sopravvivere. La tentazione, la "prova", viene alle spalle, nessuno può dire cosa sia per ciascuno. Ma sappiamo abbastanza che ci mancano le forze. No, non farci entrare nella prova senza tenerci la mano. Non lasciarci soli di fronte ai pericoli della divisione, dell'odio o della disperazione. Non siamo più forti di Pietro o di Giuda. Non lasciare la tua creazione, non abbandonare questo mondo a deflagrazioni troppo dure. "Non lasciare che ti perdiamo nella prova". Noi siamo opera delle tue mani! Per la tua grazia, Padre nostro, proteggi ciascuna delle tue creature e liberaci dal maligno.

 

         Il fatto che ciascuno dei fedeli confessi la propria indegnità ha un significato teologico importante. L'enigma del male (perché siamo cosi impermeabili al Vangelo?), rimane presente, anzi è ravvivato da ciò che si è ascoltato nella preghiera eucaristica e nella consacrazione delle offerte e del popolo. Ogni epoca ha il suo lotto di ingiustizie, nelle quali la Chiesa ha la sua parte. Non è possibile per il credente chiamarsi fuori. La Chiesa è santa ed indegna. Non riceve la sua dignità da se stessa, ma le è conferita dal suo Signore, sulla croce. Infatti, sulla croce, viene messo in piena luce tutto ciò che conduce Cristo alla morte: l'attrattiva del lucro, la codardia politica, il cinismo religioso, l'attenzione alla buona reputazione che prevale sull'attenzione alle persone, la sufficienza. Cristo porta sulle sue spalle le colpe del potere politico e del potere religioso come se ne fosse lui colpevole e non vi risponde. Le porta e le assume su di sé, ne muore. Non illudiamoci, siamo sempre a quel punto. La codardia politica, il cinismo religioso, l'attenzione alla buona reputazione quando viene prima dell'attenzione alle persone, la sufficienza, tutto ciò esiste nella nostra Chiesa oggi. Essa dovrebbe essere il segno di ciò che unisce gli uomini, è invece talora un fattore di divisione e di delusione. Anche altrove, si dirà! Questo non giustifica nulla. Ci sono belle realizzazioni silenziose; il bene non fa rumore, si dirà! Certamente. Ma dobbiamo accettare con lucidità la nostra indegnità comune e portarla. Vi abbiamo ciascuno la nostra parte. Sono tutte le nostre opere, senza giudicare anticipatamente cosa è degno e cosa non lo è, che Cristo ci chiede di deporre ai suoi piedi. Ed è ormai insieme con lui che dobbiamo portare questa indegnità e come lui portarla senza restituirla.